È davvero possibile una pace fiscale ?

In vista delle elezioni politiche del 25.09.2022, è risuonato in questi giorni un vecchio ritornello della propaganda elettorale: la cosiddetta “pace fiscale”.
Diciamo subito che si tratta di un termine molto ambiguo, poiché si presta a una duplice interpretazione.
Esso, infatti, nella sua accezione letterale, presupporrebbe uno stato di tensione permanente tra cittadini e Amministrazione che, tuttavia, coinvolgerebbe solo una parte dei contribuenti, vale a dire, autonomi e titolari d’impresa. I lavoratori dipendenti e i pensionati, come ben si sa, sono tranquillamente rassegnati a un prelievo forzoso da parte dello Stato impositore.

In realtà, il vero significato di “pace fiscale”, secondo i suoi sostenitori, allude alla riscossione dei debiti di imposta e, più in generale, al contenzioso in atto con cittadini e imprese. In questo secondo caso, però, si viene a creare una certa confusione con altri 2 istituti molto simili, al punto da essere spesso utilizzati come sinonimi: il condono fiscale e la rottamazione delle cartelle esattoriali.
Il primo è un provvedimento straordinario attraverso il quale i contribuenti, che hanno contratto debiti di natura tributaria, hanno facoltà, presentando una domanda, di sanare la propria situazione e di pagare l’importo dovuto secondo le disposizioni stabilite dalla legge.
Il secondo è invece una misura fiscale che consente ai cittadini di ottenere uno sconto per le somme di denaro dovute all’Agenzia delle Entrate-Riscossione.
Comunque li si voglia intendere o definire, tutti questi istituti perseguono il medesimo scopo di fare cassa e ridurre, contestualmente, il contenzioso in materia.

In tal senso, il ragionamento che sta alla base della pace fiscale è apparentemente molto semplice e parte dal dato di fatto che il nostro Stato vanta oltre 1.000 miliardi di crediti di imposta.
Sarebbe perciò sufficiente realizzare un misero 3% di tale massa per racimolare una trentina di miliardi di extra gettito. Peccato però che, secondo il Direttore generale di Agenzia delle Entrate, i crediti d’imposta dello Stato, effettivamente recuperabili, non ammontino a 1.000 miliardi di euro, ma solamente a 81 miliardi, dal momento che la stragrande maggioranza di essi sono riconducibili a contribuenti deceduti, falliti, irreperibili o nullatenenti.
Forse, allora, l’unica pace fiscale possibile è quella tra lo Stato e i suoi uffici finanziari, attraverso l’annullamento di quasi tutti i crediti di imposta e l’esonero di responsabilità per i funzionari preposti.